Taranto: il futuro non può aspettare

Scordatevi l’acciaio green, le emissioni zero, i forni elettrici alimentati da rottame e preridotto (DRI), e perfino l’orizzonte più ambizioso della transizione all’idrogeno.

Sembrava che una strada fosse stata finalmente tracciata: una riconversione industriale di Acciaierie d’Italia fondata sulla decarbonizzazione, su una forte presenza pubblica dello Stato, sulla bonifica definitiva del sito e su una transizione graduale dal carbone a tecnologie più sostenibili.

Una transizione giusta.

Una prospettiva che, almeno fino a pochi mesi fa, sembrava raccogliere consenso non solo in Italia, ma anche in Europa.

Oggi, invece, tutto questo appare improvvisamente sospeso.

Siamo dentro una corsa contro il tempo, mentre gli appelli rivolti da questo blog agli italiani, ad ArcelorMittal e agli indiani di Jindal Steel rischiano di restare senza risposta.

Eppure il ritorno al passato avrebbe costi enormi.

Non solo ambientali e sanitari, ma anche industriali ed economici.

Perché il ripristino strutturale degli altoforni di Taranto richiederebbe investimenti giganteschi, tempi lunghi e un’assunzione di rischio altissima in un mercato europeo che va ormai in direzione opposta: meno carbone, più elettrico, più DRI, più idrogeno.

Qualcuno, però, sembra disposto a provarci.

E sarà interessante vedere quali argomenti “ecologici” verranno utilizzati per giustificare questa scelta, soprattutto mentre incombe la prospettiva della chiusura dell’ex ILVA disposta dal Tribunale di Milano.

A quel punto, sarà chiaro a tutti che non si è trattato di una transizione fallita.