Se ogni giorno l’acciaieria perde milioni di euro, la soluzione più semplice sembrerebbe chiuderla.
Ma questa è una semplificazione pericolosa.
Dopo miliardi di euro già spesi negli anni, l’abbandono al fallimento non rappresenterebbe una soluzione, bensì la beffa più grave: significherebbe perdere definitivamente un asset strategico, proprio nel momento in cui si era intravista la possibilità di un sostegno pubblico a fianco di investitori industriali.
Va inoltre ricordato un elemento spesso sottovalutato nel dibattito:
Acciaierie d’Italia è, nei fatti, già oggi ampiamente sostenuta dal pubblico, avendo beneficiato negli anni di ingenti risorse provenienti dal bilancio dello Stato.Per questo motivo, è fuorviante rappresentare l’intervento pubblico come un’anomalia o, peggio, come il simbolo di un’incapacità industriale del Paese.Al contrario, si tratta di una condizione necessaria per rendere sostenibile la transizione.Guai a trasformare questa fase in una narrazione riduttiva di un’“Italietta incapace”.
L’intervento pubblico non sostituisce il mercato, ma lo abilita.
Non si tratta, infatti, di immaginare una gestione statale diretta delle attività produttive: non saranno certo dipendenti pubblici a laminare o a gestire i semilavorati.
Il futuro passa necessariamente attraverso accordi solidi ed efficienti con operatori industriali qualificati, in grado di portare competenze, tecnologia e capacità gestionale. Chiudere oggi vorrebbe dire consegnare l’ex ILVA a una logica di smantellamento, lasciando spazio anche a operatori opportunisti, più interessati ai rottami che al rilancio industriale. Il dibattito pubblico resta acceso e attraversa posizioni anche molto autorevoli.
Voci come quella di Milena Gabanelli, insieme ad altre sensibilità presenti nella società civile e nel mondo dell’informazione, richiamano giustamente l’attenzione sui rischi ambientali e sanitari. Tuttavia, il rischio è che la soluzione della chiusura venga percepita come l’unica risposta possibile, senza considerare pienamente le alternative industriali oggi disponibili.
C’è chi, in nome di un liberismo astratto, teme il rischio di trasformare l’ILVA in un “carrozzone pubblico”.
Ma questa visione ignora la realtà.
Se lo Stato interviene per superare definitivamente altiforni e cokerie, co-investendo nella transizione verso:
-
gas naturale
-
idrogeno
-
forni elettrici alimentati a DRI
non si tratta di una deriva statalista, ma di una scelta industriale razionale e già adottata in tutta Europa.
Gli stessi potenziali investitori privati hanno già richiesto un adeguato supporto finanziario pubblico. Non è un’eccezione italiana, ma una condizione strutturale per affrontare i costi della transizione. Lo Stato italiano, che negli ultimi anni ha sostenuto costi elevati senza risultati risolutivi, dispone comunque delle competenze manageriali e finanziarie necessarie per guidare questa fase, affiancando operatori industriali credibili.
Del resto, la storia industriale italiana lo dimostra: esperienze come l’IRI hanno rappresentato, in fasi cruciali, un modello efficace di intervento pubblico nell’economia.
Oggi il contesto è diverso, ma ancora più complesso: crisi economiche ricorrenti, instabilità geopolitica, tensioni internazionali. In questo scenario, non si tratta di ideologia, ma di capacità operativa. Servono soggetti pubblici e agenzie in grado di progettare e realizzare interventi concreti. Esistono strumenti già attivi, come:
-
Invitalia
-
Puglia Sviluppo
capaci di catalizzare risorse, competenze e relazioni industriali, sia a livello locale sia internazionale. Nessuno sta proponendo un ritorno al passato o una nuova IRI.
Non siamo nel dopoguerra e non esiste un Piano Marshall.
Ma è evidente che il Governo – qualunque esso sia – deve tornare a esercitare un ruolo attivo, soprattutto nelle partnership strategiche con operatori privati qualificati.
Perché il vero rischio, oggi, non è l’intervento pubblico … È l’assenza di una visione industriale.
