La mia vera entrata nel mondo dell’ingegneria non è avvenuta in un laboratorio universitario, ma dentro una fabbrica.
L’ex ILVA, che molti di noi continuano a chiamare ancora Italsider, è stata il mio teatro di debutto professionale.
Avevo studiato controlli automatici, sistemi di feedback e modellazione matematica delle macchine. Ma è lì che quei concetti sono diventati reali: nei rulli di laminazione delle bramme, nei sensori installati lungo le linee di colata, nei sistemi di controllo che regolavano processi industriali complessi.
Non ero ancora un ingegnere esperto, ero poco più che un laureando. Eppure, insieme ai colleghi più grandi del CSATA, portavamo negli stabilimenti una rivoluzione tecnologica che stava nascendo in quegli stessi anni tra California ed Europa.
I primi passi della digitalizzazione industriale in Italsider li hanno fatti i primi microprocessori Intel, AMD e Siemens.
Oggi sembra normale, ma allora era l’inizio di un mondo nuovo.
Per me fu anche una grande fortuna assistere alla nascita di CSATA / Tecnopolis. Significava lavorare subito su problemi reali, mentre molti colleghi universitari affrontavano ancora modelli teorici e astratti.
Il Sud, pur partendo da una posizione di ritardo, tra gli anni ’70 e ’80 visse una straordinaria accelerazione tecnologica. Un percorso che culminò nella creazione di Tecnopolis, alle porte di Bari, uno dei primi poli italiani dedicati alle tecnologie ICT.
In fondo c’è un paradosso poco raccontato:
molta dell’ingegneria ICT e robotics nata in quel periodo affonda le sue radici proprio dentro l’industria pesante.
La siderurgia fu, di fatto, uno degli incubatori di quella trasformazione tecnologica.
Poi, nel tempo, i grandi calcolatori e le reti digitali hanno conquistato l’immaginario collettivo.
La fabbrica pesante è stata progressivamente percepita come un luogo da cui prendere le distanze.
Eppure, in quegli stabilimenti rumorosi e pieni di polvere, stava nascendo una parte importante della tecnologia che oggi diamo per scontata
