Il ruolo del sistema pubblico nell’acciaio – non bisogna abbandonare l’Ilva in questo momento cruciale!

Sia il Presidente della Regione Puglia sia l’ex Ministro Andrea Orlando hanno chiarito, con argomentazioni solide, perché la presenza dello Stato – anche attraverso strumenti pubblici evoluti – sia oggi indispensabile per il salvataggio e il rilancio dell’ex ILVA.

Il pubblico è, infatti, l’unico soggetto in grado di sostenere contemporaneamente:

  • il peso dei debiti pregressi

  • i costi della decarbonizzazione, che difficilmente potranno essere coperti integralmente dai pur affidabili nuovi soci privati

Questi elementi sono strettamente intrecciati con le politiche energetiche e industriali nazionali, trattandosi di asset strategici che richiedono una visione di lungo periodo e una responsabilità pubblica chiara.

L’intervento, inoltre, non riguarda solo Taranto, ma si estende a una dimensione nazionale, coinvolgendo anche realtà come la Liguria e l’Umbria. Le ricadute positive di una riconversione dell’acciaio saranno rilevanti per l’intero sistema produttivo, in particolare per le PMI e per il rafforzamento del sistema energetico, soprattutto in relazione all’impiego dell’idrogeno verde.

Non mancano, nel nostro Paese e in Puglia, competenze industriali e scientifiche di primo livello. Esistono aziende leader, centri di ricerca e agenzie pubbliche in grado di supportare concretamente la transizione, favorendo la diffusione di tecnologie e buone pratiche.

In questo contesto, realtà come ARTI rappresentano un presidio fondamentale per il trasferimento tecnologico e il coordinamento delle competenze territoriali, mentre iniziative industriali come DRI Italia testimoniano come il percorso verso un’acciaieria decarbonizzata sia già stato avviato su basi concrete.

L’ha già detto con chiarezza Franco Bernabè, tra i principali manager italiani, già alla guida di ENI, Telecom e Acciaierie d’Italia. E mi permetto di ribadirlo anch’io, forte di una memoria ancora viva degli ultimi anni difficili dell’ILVA e della società civile tarantina, segnata da profonde ferite ambientali e da tragici incidenti sugli impianti, spesso vetusti e lasciati a un lento degrado, nonostante rappresentino ancora oggi la più grande fabbrica italiana.

In questa primavera del 2026 si sta giocando una partita decisiva: la gara per individuare i nuovi gestori industriali. Qualunque sia la provenienza – americana o indiana, come nei casi Flacks o Jindal – i piani di rilancio dovranno finalmente dimostrare una capacità concreta di avviare una decarbonizzazione reale, troppe volte annunciata e mai pienamente realizzata.

Solo così sarà possibile intercettare una prospettiva credibile di futuro sostenibile e competitivo, fondata sull’impiego dell’idrogeno verde e, in una fase iniziale, su una transizione equilibrata basata anche sul gas naturale e sull’utilizzo del DRI (preridotto di ferro).

Per fortuna, il gas può arrivare anche tramite infrastrutture esistenti, come i gasdotti TAP e le reti SNAM, senza ricorrere necessariamente a nuove navi rigassificatrici, spesso percepite – comprensibilmente – come un ulteriore rischio per la salute e per l’ambiente.

La sensibilità del territorio tarantino su questi temi è più che legittima. Tuttavia, esperienze già operative, come quelle di Piombino e Ravenna, dimostrano che tali infrastrutture possono funzionare in modo sicuro ed efficiente, contribuendo concretamente alla transizione energetica.

Ciò che oggi si chiede al Governo non è, quindi, un salto nel buio, ma la continuità di un percorso già avviato. In questa prospettiva, l’esperienza di DRI Italia resta un riferimento strategico ancora attuale.

E viene spontaneo chiedersi: figure come Franco Bernabè non rappresentano ancora oggi una risorsa per il Paese?