Quando l’acciaio insegnò al Sud la tecnologia

Mi permetto un’obiezione al grande e amatissimo cantautore genovese:

Genova, per noi che viviamo in fondo allo stivale, non è affatto “un’idea come un’altra”.

Direi piuttosto che rappresenta un pilastro centrale di una possibile nuova strategia industriale ed energetica per l’Italia, che anche nel XXI secolo resta un Paese del G7 e non può rinunciare a una rete di infrastrutture produttive così essenziali per la propria autonomia e indipendenza.

L’Italsider — come continuiamo ancora a chiamarla noi pugliesi e i cittadini di Cornigliano, prima dei disastri provocati dalle gestioni private — fu certamente una delle culle pubbliche dell’Italia moderna. Fu anche una delle prime grandi sfide meridionaliste dell’industrializzazione nazionale, i cui meriti continuano ancora oggi a ispirare le forze produttive del Paese.

Confesso il grande affetto che continuo a provare per quella enorme fabbrica. L’Italsider, come continuo a chiamarla anch’io, proprio come a Cornigliano.

L’ex ILVA è stata il mio vero teatro di debutto nel campo dell’ingegneria. Avevo studiato controlli automatici, sistemi di feedback e il funzionamento di macchine complesse come i rulli di laminazione delle bramme. I concetti e la matematica appresi in ingegneria elettrotecnica ed elettronica — insieme ai sensori installati in campo, a partire dalle colate — diventavano lì strumenti concreti per governare processi industriali reali.

Ero ancora un giovane laureando quando, insieme ai colleghi più esperti del CSATA, portavamo negli stabilimenti tutta l’elettronica che in quegli anni stava nascendo tra la California e il resto del mondo. I primi vagiti della digitalizzazione industriale in Italsider li fecero proprio i primi microprocessori Intel, AMD e Siemens.

Considerai una grande fortuna anche la nascita del CSATA/Tecnopolis, perché mi permise di lavorare fin da subito su problemi del mondo reale, mentre molti miei colleghi studenti del Politecnico di Milano erano ancora immersi in modelli teorici e astratti.

Il Sud, pur partendo da una condizione di ritardo, visse tra gli anni ’70 e ’80 una straordinaria accelerazione. Un percorso culminato proprio nella creazione di Tecnopolis, alle porte di Bari: la prima grande piattaforma italiana dedicata alle tecnologie ICT.

In un certo senso fu proprio l’industria dell’acciaio a fare da incubatore per quell’ingegneria ICT e robotics che diede origine a Tecnopolis, trasformandola in un esperimento di successo anche a livello internazionale.

Paradossalmente, però, proprio mentre nascevano i grandi calcolatori e le nuove reti digitali, i processi pesanti e sporchi della fabbrica cominciarono a essere percepiti come un luogo maledetto, da cui prendere le distanze per inseguire il mondo immateriale delle tecnologie emergenti.