Negli anni successivi alla prima sciagurata gestione privata della famiglia Riva, si è continuata a riproporre la stessa domanda sul destino finale dell’ILVA.
Il dilemma — chiusura o rilancio — è rimasto costante almeno fino a questo marzo 2026. Un interrogativo che ha attraversato e diviso, in modo alterno nel tempo, l’intera società civile, oltre agli stessi lavoratori dello stabilimento.
Da un lato la paura di licenziamenti brutali e della perdita di migliaia di posti di lavoro. Dall’altro la crescente stanchezza per una situazione segnata da incidenti periodici, impianti non adeguatamente mantenuti e una gestione industriale spesso lontana da standard manageriali sostenibili.
Nel frattempo, i commissari di Acciaierie d’Italia hanno continuato — e continuano tuttora — la ricerca di nuovi acquirenti. L’obiettivo è trovare soggetti industriali capaci di evitare il tracollo definitivo della fabbrica o la sua chiusura per legge.
Una prospettiva che potrebbe concretizzarsi se non venisse garantita una Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) credibile, supportata da un piano industriale solido e dalla capacità tecnologica e finanziaria dei futuri gestori.
Non a caso, il Tribunale di Milano aveva già indicato come possibile scenario la chiusura dello stabilimento qualora non emergessero proposte in grado di garantire un reale risanamento ambientale e industriale.
Il futuro dell’ILVA resta dunque sospeso tra due strade: la fine definitiva di una delle più grandi acciaierie d’Europa oppure il suo rilancio attraverso un nuovo modello industriale sostenibile.
